Rinuncia Diritti Reali

LA RINUNZIA AI DIRITTI REALI:
DA TEORIA AD ESIGENZA CONCRETA
di Roberta Di Mariano


SOMMARIO: 1. Introduzione  2. La rinunzia: caratteri generali e natura giuridica  3. Rinunzia abdicativa e 
rinunzia liberatoria: recettizietà e revocabilità ‘ 4. Casi tipici e atipici: ammissibilità della rinunzia al diritto 
di proprietà ‘ 5. Effetti ulteriori: acquisizione al patrimonio dello Stato dei beni immobili derelitti e accre-
scimento ai contitolari 6. Rifiuto dei contitolari e responsabilità del rinunziante 7. Rinunzia a particolari 
diritti reali  8. Questioni formali, trascrizione e profili fiscali degli atti di rinunzia

1-INTRODUZIONE

Questo studio, prendendo le mosse dalla situazione economica attuale, che vede sempre
più richieste di dismissione dei beni da parte dei privati, intende analizzare la fattispecie
della rinunzia ai diritti reali in generale ed in particolar modo l’atto dismissivo della 
proprietà immobiliare. 
Invero, dato lo stato di crisi generale, nonché la forte pressione fiscale gravante sui 
titolari di beni immobili, nasce sempre più frequentemente la necessità per gli stessi di 
sollevarsi dalle ingenti spese scaturenti sia dalla gestione e manutenzione del bene, sia 
dagli adempimenti di natura fiscale e tributaria. 
A tal fine, si è voluta verificare l’ammissibilità di una estensione della rinuncia alla 
proprietà ed agli altri diritti reali immobiliari fuori dai casi previsti dal legislatore, indi-
viduando la normativa applicabile, la natura di tali atti, nonché, soprattutto ai fini pratici, 
il carattere recettizio, le questioni formali e le modalità di trascrizione degli stessi1*.

2-LA RINUNZIA: CARATTERI GENERALI E NATURA GIURIDICA

Prima di passare all’analisi della fattispecie in oggetto, occorre precisare che nel nostro
ordinamento è assente una disciplina unitaria della rinunzia, nonostante siano numerose
le norme che trattano di essa, tanto in materia successoria, quanto in materia di atti tra 
vivi. 
Pertanto, l’obiettivo che qui si cercherà di raggiungere è quello di delineare una nor-
mativa universale che analizzi e circoscriva le problematiche correlate agli atti di rinun-
zia in generale.
La rinunzia, intesa come atto dismissivo di un diritto da parte del titolare dello 
stesso, viene generalmente inquadrata tra i negozi giuridici unilaterali, in quanto la 
dichiarazione di volontà promana da una sola parte e per il fatto che essa è volta al sod-
disfacimento di un unico interesse, quello del rinunziante.
Nonostante ordinariamente il termine venga utilizzato per indicare l’estinzione del 
diritto2, tale parallelismo è da ritenersi inappropriato, in quanto la rinunzia non sempre 
importa estinzione, potendo ‘ in base all’oggetto ‘ generare un effetto traslativo o un 
effetto di c.d. accrescimento. 
Non è sostenibile la tesi opposta, che fa coincidere l’abdicazione dal diritto con l’estin-
zione dello stesso, giustificata con l’inammissibilità di una situazione giuridica priva di 
un titolare3. Infatti, quel determinato soggetto (abdicante) non è da considerarsi titolare 
esclusivo e perenne del diritto, né costituisce l’elemento indispensabile della situazione 
giuridica. Questa ha come necessità quella di avere un titolare, chiunque esso sia, ben 
potendosi, a seguito di un atto dismissivo, modificare la titolarità e non estinguere la 
situazione giuridica. 
V’è da precisare sin d’ora che qualunque sia il diritto da dismettere, l’unico effetto
immediato che si raggiunge con l’atto rinunziativo è la fuoriuscita del diritto dal
patrimonio del titolare; ogni altro effetto conseguente è solo mediato ed ulteriore, e 
non deve in alcun modo assumere rilevanza ai fini pratici. Proprio per questo non è man-
cato chi ha sostenuto che la rinunzia debba farsi rientrare tra gli atti giuridici in senso 
stretto, piuttosto che nella categoria dei negozi giuridici, stante l’unicità della volontà 
del soggetto di dismettere il proprio diritto e la sua impotenza nei confronti degli effetti 
ulteriori4.
Quanto alla causa del negozio, la dottrina si è divisa tra chi lo ritiene un negozio 
astratto e chi lo ritiene un negozio causale5. Essendo il negozio abdicativo orientato al 
perseguimento di un interesse meritevole di tutela, consistente nella dismissione di una 
situazione giuridica,quale massima espressione del potere spettante al titolare del dirit-
to, alcuni ritengono preferibile aderire alla teoria della causalità. 
In ordine poi all’inquadrabilità della rinunzia tra i negozi a titolo oneroso o tra quelli 
a titolo gratuito, è da escludersi la riconducibilità ad una delle due categorie, considerato 
che generalmente si ritiene che essa abbia caratteri di neutralità6.
Sul punto è opportuno, inoltre, precisare che la rinunzia potrebbe inquadrarsi anche 
in una fattispecie più ampia, nella quale ad esempio il titolare del diritto vi rinunzia die-
tro corrispettivo. In tal caso, però, non potrà certo parlarsi di rinunzia in senso stretto, 
ma di un negozio dispositivo, i cui effetti vanno ben oltre la mera abdicazione. Lo stesso 
è da dirsi per quella che viene impropriamente denominata rinunzia traslativa, la quale in 
verità costituisce un vero e proprio trasferimento del diritto (anche quando viene fatta a 
titolo gratuito), nel quale si unisce alla volontà dismissiva una volontà di alienazione, che 
comporta l’accettazione del soggetto beneficiario.

 

3-RINUNZIA ABDICATIVA E RINUNZIA LIBERATORIA: RECETTIZIETÀ E REVOCABILITÀ


Per quanto già esposto è evidente che la rinunzia intesa nel senso stretto di dismissione
della titolarità del diritto è esclusivamente la rinunzia abdicativa, che, in taluni casi, può
andare oltre la dismissione di un semplice diritto, comportando anche la rinunzia ad una 
posizione (passiva) del dichiarante. In questa ipotesi la rinunzia, denominata liberatoria,
comporta non solo l’abdicazione dal diritto, ma un ulteriore effetto (anche se indiretto): 
la liberazione per il rinunziante dagli obblighi connessi al diritto rinunziato. Tale libera-
zione costituisce, però, solo un effetto della rinunzia e non anche la causa, il che emerge 
con chiarezza dalla fattispecie espressamente prevista dal legislatore all’art. 1104 c.c. in 
materia di comunione. Detta norma, nel prevedere l’obbligo per ogni comunista di con-
tribuire alle spese per la cosa comune, fa salva «la facoltà di liberarsene con la rinunzia». 
Dall’analisi del caso tipico risulta evidente che la liberazione dall’obbligo di contribuzio-
ne costituisce solo un effetto ulteriore della rinunzia e non un negozio diverso caratte-
rizzato da una causa nuova rappresentata dalla liberazione dall’obbligo. Infatti, l’onere 
di contribuzione scaturisce dalla sussistenza della comunione, rappresentando un’obbli-
gazione propter rem7. Pertanto, è proprio la perdita della posizione di comproprietario (a 
seguito della rinunzia) che fa nascere l’effetto automatico dell’estinzione dell’obbligo8. In 
sostanza, con la rinunzia liberatoria il soggetto che dismette il diritto di cui è titolare
si libera da ogni obbligazione inerente ad esso, non solo per il futuro (come
avviene per la rinunzia abdicativa), ma anche per il passato. È per l’eccezionalità di 
tale effetto che l’ipotesi di rinunzia liberatoria è espressamente prevista dal legislatore, 
non potendo l’autonomia privata spingersi fino a creare una nuova forma di liberazione 
dai debiti pregressi.
Dalla peculiarità dell’effetto della rinunzia liberatoria rispetto a quella abdicativa de-
riva la diversa inquadrabilità dei rispettivi negozi giuridici all’interno della categoria dei 
negozi recettizi.
In linea generale la mancanza di un effetto traslativo (immediato) porta ad escludere
la recettizietà dell’atto di rinunzia (anche se non è mancato chi ha sostenuto che 
l’assenza di un effetto automatico conduce ad escludere solo la necessarietà di un’accet-
tazione dell’altra parte e non la natura recettizia dell’atto9). 
In realtà sul punto è più corretto distinguere tra rinunzia abdicativa e rinunzia liberatoria, riconoscendo solo a quest’ultima la natura di negozio recettizio10,
stante il particolare effetto che comporta nei confronti dei terzi e che ne rende
necessaria la loro venuta a conoscenza. Diversamente, nell’ipotesi di rinunzia abdicativa,
esaurendosi nella sfera giuridica del rinunziante l’effetto di tale atto e non
essendo prevista una manifestazione di volontà da parte del soggetto beneficiario,
la dottrina11 e la giurisprudenza12 ritengono unanimemente che si tratti di un negozio
unilaterale non recettizio, i cui effetti si producono in maniera automatica
anche ove i beneficiari non ne siano venuti a conoscenza.
In ordine alla revocabilità della rinunzia ‘ collegata al riconoscimento del carattere 
recettizio del negozio ‘ ove si aderisse alla tesi prevalente, che vede nella rinunzia ab-
dicativa un negozio non recettizio, non sarebbe possibile ammetterne la revoca, stante 
l’effetto automatico prodotto dal negozio. 
Lo stesso si può affermare per l’ipotesi, che si analizzerà appresso, di rinunzia che 
comporta l’acquisto del bene da parte dello Stato ex art. 827 c.c., in quanto non sarebbe 
possibile con un atto unilaterale porre nel nulla l’effetto di un negozio giuridico e privare 
unilateralmente un soggetto della sua titolarità. Tra l’altro, ammettendone la revoca si 
vanificherebbe la ratio dell’art. 827 c.c., posto proprio a tutela della certezza della pro-
prietà dei beni immobili13. 
Il riconoscimento o meno del carattere recettizio incide, inoltre, significativamente 
anche sulle modalità di trascrizione di tali negozi, di cui si dirà in prosieguo.

 

4-CASI TIPICI E ATIPICI: AMMISSIBILITÀ DELLA RINUNZIA AL DIRITTO DI PROPRIETÀ


Fattispecie tipiche di rinunzia alla proprietà e ai diritti reali sono state previste dal le-
gislatore per la rinunzia alla quota sul bene comune (art. 1104 c.c.), per la rinunzia al
diritto sul muro comune (art. 882 c.c.) e per l’abbandono del fondo servente (art. 1070
c.c.). Nessun’altra norma del Codice Civile disciplina altre ipotesi di atti rinunziativi.
Pertanto, si è discusso dell’ammissibilità di una rinunzia fuori dai casi tipizzati e so-
prattutto dell’ammissibilità della rinunzia alla proprietà immobiliare. Tale dubbio sca-
turisce soprattutto dalla congiuntura economica attuale, che vede in molti casi l’inso-
stenibilità degli oneri tributari da parte dei proprietari degli immobili o, in altri casi, 
l’inutilità del mantenimento di beni fatiscenti, di modico valore o del tutto privi di valore 
(come nell’ipotesi di valore già basso che viene completamente assorbito dagli oneri che 
ne derivano).
La mancanza nel Codice Civile italiano di una disciplina ad hoc può spiegarsi con la 
rarità nel passato del fenomeno rinunziativo, che ha frenato l’interesse dottrinale sull’ar-
gomento, inquadrandolo a semplice caso di scuola e a questione teorica di difficile attua-
zione pratica. Ciò non esclude l’ammissibilità della rinunzia al diritto di proprietà, già 
riconosciuta in epoca risalente14 e qui giustificata, innanzitutto, in forza del principio 
generale di autonomia del diritto. Il titolare del bene, infatti, può con la più ampia libertà 
godere e disporre di esso e la massima espressione di tale libertà è rappresentata proprio 
dalla dismissione del diritto. V’è di più: come sostiene parte della dottrina15, qualsiasi 
controllo normativo volto a limitare questo genere di atti rinunziativi comporterebbe 
una violazione della libertà dell’individuo di compiere atti (leciti), che, invece, devono 
trovare origine esclusivamente nella valutazione della convenienza economica di essi, di 
cui solo il titolare del diritto è arbitro.
Del resto non possono ritenersi argomenti contrari né il principio di perpetuità della 
proprietà né quello di imprescrittibilità del diritto16. 
In ordine al primo principio si precisa che con la rinunzia non si appone alcun termine 
e che, pertanto, non si può fare rientrare tale ipotesi in quella vietata della proprietà tem-
poranea, bensì nell’ambito di una definitiva cessazione della stessa per causa derivante 
dall’autonomia del titolare.
In ordine al secondo principio non sussistono gli estremi per una sua violazione, non 
trattandosi di un’estinzione derivante da mancato esercizio del diritto.
A sostegno della tesi possibilista, che a parer di chi scrive è assolutamente da soste-
nere, pur con i dovuti accorgimenti a livello formale e di pubblicità ai terzi, si pone il 
dettato normativo dell’art. 1350 comma secondo n. 5 c.c. e l’art. 2643 comma secondo 
n. 5 c.c.
Il primo, nell’elencare gli atti che devono farsi per iscritto (tra cui i contratti che 
trasferiscono la proprietà di beni immobili e quelli che costituiscono o modificano i di-
ritti di usufrutto, superficie, enfiteusi, comunione, servitù, uso e abitazione) stabilisce la 
medesima forma anche per «gli atti di rinunzia ai diritti» indicati precedentemente. Da 
ciò ne deriva, a contrario, l’ammissibilità della rinunzia con riferimento ai diritti reali in 
generale. 
Nello stesso senso si pone l’art. 2643 comma secondo n. 5 c.c., il quale, nell’elencare 
gli atti soggetti a trascrizione (e dopo aver menzionato i medesimi contratti dell’art. 
1350, aventi ad oggetto il diritto di proprietà e gli altri diritti reali) include anche «gli 
atti tra vivi di rinunzia ai diritti menzionati nei numeri precedenti».
Sempre a favore della tesi positiva si pone l’eventuale disparità di trattamento che si 
creerebbe nel negare la rinunzia al diritto di proprietà sui beni immobili, considerata la 
sua ammissibilità per i beni mobili. Per questi ultimi è indubbio che il proprietario possa 
spogliarsene tramite l’abbandono, trasformandoli in res derelictae, suscettibili di occupa-
zione ai sensi dell’art. 923 c.c. 
Tale differenza, giustificabile a prima vista dal particolare effetto che si viene a creare 
con l’abbandono (la mancanza di un proprietario), non ammissibile per i beni immobili, 
risulta superata dall’applicazione dell’art. 827 c.c., il quale soccorre al rischio che il bene 
immobile resti res nullius, prevedendone l’acquisto in capo allo Stato.
La norma si limita a stabilire che «i beni immobili che non sono di proprietà
di alcuno spettano al patrimonio dello Stato», senza nulla aggiungere sui fatti che 
possono far scaturire tale «vacanza» o sulle modalità dell’acquisto. Quanto alla prima 
questione, dal silenzio della norma e dalla ratio della stessa, si può desumere che tra le 
ipotesi di «vacanza» rientri anche l’ipotesi della rinunzia. 
Quanto alle modalità di acquisto in capo allo Stato si rinvia ad una trattazione più 
specifica di cui infra.
Fonte di dubbi dottrinari è, invece, l’ammissibilità di una rinunzia parziale, per mol-
ti17 considerata possibile solo ove riguardi beni divisibili, con la possibilità, cioè, di ri-
nunziare ad una porzione autonoma, non funzionale alla conservazione dell’intera cosa 
comune. Un diverso orientamento, invece, ha ritenuto che l’indivisibilità del bene non 
pone in astratto un ostacolo alla rinunzia parziale, ma impone una valutazione sulla fatti-
bilità della rinunzia in concreto18. La riduzione della quota di proprietà, infatti, comporta 
la diminuzione non solo dell’esercizio dei diritti, ma anche degli obblighi contributivi, 
ove ciò sia possibile sul piano fattuale; in caso contrario, si ritiene che debba escludersi 
la rinunzia parziale.
In conclusione, per tutte le ragioni sopra esposte, è facilmente superabile la teoria che 
vede nelle ipotesi tipiche di rinunzia un intento esaustivo del legislatore o una deroga 
ad un ipotetico principio di irrinunciabilità dei diritti reali. Tali fattispecie, invece, sono 
state tipizzate solamente a causa del particolare effetto che creano, cioè l’estinzione non 
solo del diritto, ma anche dell’obbligo di contribuzione alle spese passate e future, che ha 
reso necessario l’intervento del legislatore, non essendo ammissibile estinguere un’ob-
bligazione per atto unilaterale del debitore.
Da ciò ne deriva che per tutti i casi non tipizzati è pur sempre possibile rinunziare
ai diritti reali, con il solo effetto indiretto di liberazione dall’obbligo delle spese pro
futuro e solo ove si tratti di diritti disponibili. 
È evidente che una tale autonomia non può spingersi fino alla rinunzia dei c.d. diritti 
indisponibili19 e che, perciò, non sarà certamente possibile rinunziare ai diritti della per-
sonalità (diritto al nome, all’immagine, alla riservatezza) o a quei particolari diritti di 
natura patrimoniale non disponibili, come quelli derivanti da rapporti familiari (ad es. il 
diritto agli alimenti).
Affermata l’ammissibilità degli atti rinunziativi anche al di fuori dei casi tipici, è da 
precisare che per i beni immobili trova certamente applicazione l’art. 827 c.c., che pre-
vede l’acquisto da parte dello Stato del bene rinunziato, salvo che non sia previsto l’ac-
quisto da parte di altro soggetto, a causa del particolare rapporto che lo lega al bene 
(proprietario del fondo dominante, per il caso di abbandono del fondo servente ex art. 
1070 c.c.; comproprietario, in caso di rinunzia liberatoria ex art. 1104 c.c., ecc.).

 

5- EFFETTI ULTERIORI: ACQUISIZIONE AL PATRIMONIO DELLO STATO DEI BENI IMMOBILI DERELITTI E ACCRESCIMENTO AI CONTITOLARI


Come già visto precedentemente, ogni ulteriore effetto rispetto alla dismissione del bene
derivante dall’atto rinunziativo è indiretto e mediato. Ciò vale anche per l’acquisizione
da parte dello Stato del bene derelitto, che opera ipso iure al verificarsi dallo stato di «va-
canza», in adesione al principio generale che vuole evitare che i beni immobili restino 
senza alcun proprietario. 
La ratio dell’art. 827 c.c. è, infatti, quella di dare certezza circa la proprietà dei beni 
immobili. Da ciò deriva un automatismo nell’acquisizione da parte dello Stato, che esclu-
de tanto l’accettazione da parte dello stesso, quanto la possibilità di un rifiuto. Pertanto, 
qualsiasi tipo di intervento della Pubblica Amministrazione, all’interno del negozio giu-
ridico, è da escludersi o da limitarsi ad una semplice presa d’atto. 
A parer di chi scrive, ove l’Ente partecipi all’atto, dichiarando di volersi avvantaggia-
re della derelizione, il negozio non sarebbe più inquadrabile all’interno della figura della 
rinunzia, bensì in quella della cessione a titolo gratuito. 
Quanto detto non esclude comunque l’opportunità di comunicare alla Pubblica Am-
ministrazione l’avvenuta dismissione del bene, in ossequio ad un mero comportamento 
di correttezza.
In ordine alla natura dell’acquisto in capo allo Stato, esso è pacificamente conside-
rato a titolo originario, non sussistendo alcun legame con il rinunziante e costituendo 
solo un effetto mediato ex lege della rinunzia.
Un tale meccanismo può verificarsi solo per la dismissione del bene di esclusiva ti-
tolarità del rinunziante, ma non per l’ipotesi di rinunzia ad un quota di comproprietà. 
In quest’ultimo caso, ove si riconoscesse l’acquisto automatico in capo allo Stato, si cre-
erebbe un’ipotesi di contitolarità della proprietà tra Stato (per la quota rinunziata) ed i 
restanti comproprietari, con tutte le anomalie che ne deriverebbero (partecipazione della 
Pubblica Amministrazione per ogni decisione da assumere, intervento della stessa in 
caso di divisione del bene, e così via). 
Pertanto, nelle ipotesi di rinunzia al bene in comproprietà, ferma restando la sua am-
missibilità come per la rinunzia all’intero bene, l’effetto di essa è costituito dall’accresci-
mento delle quote in capo agli altri contitolari (come avviene per l’ipotesi di rinunzia libe-
ratoria ex art. 1104 c.c.), in applicazione del principio di elasticità del dominio, il quale 
fa espandere il diritto una volta eliminati (con la rinunzia) i vincoli che lo limitano20.
Si ribadisce che, anche in questo caso, l’effetto non è diretto, in quanto il titolare 
del diritto rinunziato non si preoccupa dell’afferenza del bene sul patrimonio altrui. Al 
contrario, è l’ordinamento che si interessa alla sorte del diritto, prevedendo, nel caso di 
rinunzia dell’unico proprietario, l’acquisto da parte dello Stato e, nel caso di comunione, 
l’accrescimento delle quote degli altri comproprietari21.

 

6- RIFIUTO DEI CONTITOLARI E RESPONSABILITÀ DEL RINUNZIANTE


In considerazione della naturale espansione ai restanti contitolari del diritto rinunziato
dal comproprietario, che comunque non comporta per la sua automaticità alcun effetto
traslativo, si è concluso per la non necessarietà dell’accettazione dell’acquisto da parte 
dei comproprietari accresciuti, limitando il loro eventuale intervento ad una mera presa 
d’atto (come già visto per lo Stato nell’ipotesi di cui all’art. 827 c.c.). Pertanto, la vis
espansiva produce i suoi effetti anche se i restanti comproprietari non siano venuti
a conoscenza della rinunzia. 
Diversa è, invece, l’ipotesi della rinunzia al fondo servente, ai sensi dell’art. 1070 
c.c., la quale si configura giuridicamente come atto traslativo a titolo gratuito nei 
confronti del proprietario del fondo dominante, che, pertanto, deve accettare l’acquisto. 
Fuori da quest’ipotesi, non dovendo i contitolari accettare l’ingresso del diritto ri-
nunziato nella loro sfera giuridica, non potranno conseguentemente neanche rifiutarlo. 
Tuttavia il comunista, da un lato avvantaggiato dall’accrescimento del suo diritto, ma 
dall’altro svantaggiato dall’aumento delle spese da sostenere (possibilmente a sua in-
saputa, stante la non recettizietà della rinunzia), potrà a sua volta rinunciare al diritto. 
È da evidenziare che l’oggetto di questa ulteriore rinunzia non sarà costituito dal solo 
diritto pervenutogli dal rinunziante, ma dall’intero nuovo diritto (composto dalla quota 
originaria e da quella pervenutagli per rinunzia). 
Infatti, a parere di chi scrive, il «beneficiario» della rinunzia non può esercitare un 
vero e proprio «rifiuto» (che produrrebbe i suoi effetti limitatamente a quanto pervenu-
togli dal rinunziante), bensì compiere un ulteriore atto rinunziativo, poiché la volontà 
negativa si manifesterebbe dopo l’accrescimento della quota, considerato l’effetto auto-
matico che si crea con la rinunzia22. 
L’obiezione all’accrescimento non si può inquadrare nemmeno nel c.d. rifiuto elimi-
nativo, in quanto questo creerebbe effetti ex tunc, diversamente dal caso che qui ci occupa 
‘ che ha efficacia ex nunc – considerato che il rinunziante risulterà essere stato titolare 
del diritto fino al momento della rinunzia23.
Tra l’altro non è possibile paragonare l’automatismo dell’accrescimento alla delazio-
ne ex lege e come tale considerarlo rifiutabile, in quanto ciò andrebbe a scontrarsi con il 
principio di elasticità, per il quale l’espansione del diritto in capo al contitolare è l’effetto 
di un naturale evolversi di un diritto che già vanta, non certo inquadrabile nel fenomeno 
della delazione. Del resto è lo stesso meccanismo che si verifica con la rinunzia all’usu-
frutto, che comporta il consolidamento ex lege con il nudo proprietario, il quale non può 
di certo rifiutare tale effetto. 
Pertanto, come il nudo proprietario per la consolidazione, anche il comproprietario 
per l’accrescimento è già consapevole, nel momento in cui si viene a creare la compro-
prietà, del possibile verificarsi di un simile effetto (conseguenza della contitolarità) e 
implicitamente ne accetta gli effetti.
In ogni caso, anche spostando la visuale a favore del contitolare, che si verrebbe a tro-
vare in parte gravato da maggiori oneri e volendo ammettere la possibilità di un rifiuto 
a tutela dei suoi interessi, si andrebbe contro un interesse superiore di praticità, che non 
ammette una tale soluzione. Infatti, ove i restanti contitolari potessero rinunziare all’ac-
crescimento della quota già rinunziata da un altro di essi ed esercitassero tale diritto, si 
verificherebbe il trasferimento della quota in capo allo Stato, il quale diventerebbe un 
comproprietario, creandosi una situazione di difficile gestione.
Quanto detto porta a confermare il carattere non recettizio della rinunzia abdicativa, 
che non necessita della conoscenza dei terzi neanche per rendere possibile l’esercizio del 
rifiuto, considerato inammissibile.
Da ciò scaturisce il dubbio circa l’ammissibilità del rifiuto per le ipotesi di rinunzia 
recettizia (come quella liberatoria). Anche in questo caso si ritiene di poterla escludere, 
in quanto la recettizietà giova solo alla conoscenza da parte dei comproprietari dell’av-
venuto accrescimento della loro quota e non alla possibilità di rinunziarvi. 
Del resto, i negozi giuridici soggetti a rifiuto sono solo quelli i cui effetti vengono 
risentiti in maniera diretta da un soggetto rimasto estraneo al negozio24; un tale risenti-
mento diretto è da escludersi con certezza nella fattispecie che qui ci occupa25.
Infine, sempre con riferimento alla situazione d’impotenza, cui si vengono a trovare 
i soggetti che seppur di riflesso beneficiano dell’atto di rinunzia, è opportuno preci-
sare che dal momento della dismissione il bene fuoriesce completamente dalla sfera 
giuridica del rinunziante, il quale, pertanto, non ne sarà più nemmeno responsabile. 
Considerato, però, che i proprietari procedono alla stipula degli atti dismissivi proprio 
per liberarsi da spese ed oneri, possibilmente aggravando la situazione di non curanza 
del bene in vista della rinunzia, da ciò potrebbe derivarne un pregiudizio per lo Stato 
o per i contitolari.
Fermo restando che tale comportamento non inficia la validità della rinunzia, potreb-
be, invece, far nascere ‘ in capo al destinatario di essa ‘ il diritto al risarcimento per fatto 
illecito di cui all’art. 2043 c.c., ove ve ne siano i presupposti.
Lo stesso è da dirsi per l’eventuale pregiudizio delle ragioni creditorie, che possono 
essere tutelate mediante l’esercizio dell’azione revocatoria, ai sensi dell’art. 2901 c.c.26

 

7- RINUNZIA A PARTICOLARI DIRITTI REALI


Si è già detto che in linea generale è possibile rinunziare a qualsiasi diritto reale, in man-
canza di norme impeditive, ponendo a fondamento di tale ammissibilità ancora gli artt.
1350 n. 5 e 2643 n. 5 c.c.
In alcune ipotesi specifiche, poi, la rinunzia è stata espressamente ammessa dal legi-
slatore, tra i modi di estinzione del diritto. È il caso ad esempio dell’usufrutto, per il quale 
l’art. 2814 c.c. la inserisce tra le possibili cause di cessazione.
Vi sono, invece, altre ipotesi in cui, la rinunzia ‘ pur non essendo espressamente vie-
tata da nessuna norma ‘ viene impedita dall’interesse sotteso alla fattispecie. È il caso 
dell’usufrutto legale, irrinunciabile in quanto correlato all’esercizio della responsabilità 
genitoriale. 
Con riferimento all’ipotesi più diffusa di rinunzia ai diritti reali, cioè la rinunzia all’usufrutto
, in passato essa era ritenuta un’offerta al nudo proprietario, che diventava de-
finitiva con l’accettazione da parte di esso. Oggi nessun dubbio, invece, sorge sulla sua 
natura abdicativa27, il che conduce ad inquadrarla tra gli atti unilaterali, il cui effetto 
indiretto consiste nell’accrescimento al nudo proprietario, che a seguito della rinunzia 
diventa pieno titolare; in conseguenza del principio di elasticità del dominio, la titolarità 
si espande ipso iure, venuto meno il limite che la comprimeva, il che ne rende impossibile 
il rifiuto.
Qualche perplessità si è posta, invece, relativamente al carattere recettizio o meno 
del negozio di rinunzia all’usufrutto, ritenuto da alcuni necessario per mere ragioni di 
tutela28, ragioni che, comunque, non giustificano un’eccezione al carattere non recettizio 
degli atti abdicativi.
Quanto detto per l’usufrutto vale in egual modo per la rinunzia ai diritti di uso e
abitazione in generale, nonché per l’ipotesi particolare di cui all’art. 540 comma 2 c.c., 
relativa al diritto di abitazione riservato a favore del coniuge legittimario. 
Più discussa è la rinunzia alla servitù, anche se a sostegno dell’ammissibilità si pone 
sia il dato letterale degli artt. 1350 comma 1 n. 5 e 2643 comma 1 n. 5 c.c., sia il principio 
generale di rinunziabilità dei diritti patrimoniali disponibili.
Ciò che suscita maggiori discordanze è il riconoscimento della natura unilaterale o 
bilaterale a tale ipotesi di rinunzia. Parte della dottrina e della giurisprudenza29 hanno 
sostenuto la bilateralità, basandosi sulla considerazione che, nascendo la servitù da un 
atto bilaterale, alla stessa maniera si deve estinguere30. Tra l’altro, in considerazione 
del fatto che vi è un soggetto che si avvantaggia direttamente della rinunzia (l’attuale 
proprietario del fondo servente), questa deve farsi per convenzione intercorrente tra en-
trambe le parti. Secondo questo orientamento, quindi, la rinunzia alla servitù costituisce 
un arricchimento per il proprietario del fondo servente, il che attribuirebbe alla rinunzia 
non un carattere meramente abdicativo, bensì attributivo. 
Viceversa, la dottrina prevalente31 e parte della giurisprudenza32 inquadrano il ne-
gozio di rinunzia alla servitù tra quelli di natura unilaterale, non essendo necessaria la 
cooperazione dell’altra parte. Infatti, all’interno dei poteri spettanti al titolare del diritto 
di servitù vi rientra il potere di dismetterla ove egli non se ne voglia più giovare. Pur 
essendo vero che da tale dismissione deriva un vantaggio per il titolare del fondo ser-
vente, questo è (come per tutti gli atti rinunziativi) un effetto riflesso e non diretto della 
dismissione, considerato che, a seguito della rinunzia, viene meno in maniera automatica 
quel limite all’esercizio del diritto di proprietà sul fondo servente, che, quindi, riacquista 
la sua dimensione originaria. 
Nell’ipotesi frequente nella quale la titolarità del fondo dominante spetti a più sog-
getti, è necessaria ovviamente la rinunzia da parte di tutti; ove solo uno di essi non 
rinunziasse, la servitù non si estinguerebbe. In queste ipotesi si ritiene che il rinunzian-
te decada dall’esercizio del diritto di servitù, ma non dalla titolarità dello stesso, che 
cesserà solo al momento della rinunzia da parte di tutti i contitolari. Pertanto, in questo 
particolare caso, la rinunzia ha un duplice effetto: estinguere immediatamente il diritto 
di avvantaggiarsi della servitù ed in un secondo momento (al verificarsi della rinunzia 
da parte degli altri titolari, posta come condizione sospensiva) dismetterne la titolarità. 
Nessun dubbio sorge poi per l’ammissibilità della rinunzia al fondo servente (de-
finita impropriamente dal legislatore «abbandono», termine con il quale ci si riferisce 
solitamente alla derelizione delle cose mobili). Questa è stata espressamente prevista dal 
legislatore all’art. 1070 c.c. a causa del particolare effetto che crea, non solo di liberazio-
ne per il futuro dalle spese necessarie per l’uso e la conservazione della servitù (che non 
avrebbe richiesto alcun intervento del legislatore), ma anche di liberazione per il passato. 
Quanto alla natura della rinunzia in questione, il tenore letterale dell’art. 1070 c.c. 
è fonte di incertezze. La norma parla di rinunzia alla proprietà del fondo servente «a 
favore» del proprietario del fondo dominante, il che induce a pensare ad una rinunzia 
traslativa; questa sarebbe possibile solo ove fosse necessaria un’accettazione da parte
del titolare del fondo dominante, accettazione, invece, non prevista per gli atti di 
rinunzia. 
In realtà l’utilizzo dell’espressione «a favore» è da intendersi nel senso che, a seguito 
della dismissione, il diritto non si trasmette ipso iure al patrimonio dello Stato, ma al 
proprietario del fondo dominante. L’esistenza del beneficiario (non prevista nel caso ge-
nerale di rinunzia) giustifica il carattere recettizio dell’atto, che permette l’accettazione o 
il rifiuto dell’acquisto. Pertanto, secondo il prevalente orientamento33, l’abbandono del
fondo servente rappresenta un atto unilaterale recettizio.
Una parte della dottrina34 ha, invece, sostenuto, la tesi c.d. contrattualistica35, secondo 
la quale la rinunzia al fondo servente costituisce pur sempre un atto unilaterale, ma in-
quadrabile nella figura giuridica della proposta (secondo alcuni addirittura del contratto 
di opzione36), che produce l’effetto liberatorio sin da subito, mentre l’effetto traslativo 
si verificherebbe al momento dell’accettazione da parte del titolare del fondo dominan-
te, con la conseguenza, in caso di rifiuto, del trasferimento in capo allo Stato. Ma tale 
ricostruzione contrasta sia con il dato letterale della norma, che non si esprime mai in 
termini di proposta, sia con la singolarità della fattispecie, che comporterebbe un muta-
mento della figura giuridica, la quale da rinunzia (con effetti liberatori) si trasformereb-
be in proposta, che a sua volta ‘ a seguito dell’accettazione ‘ darebbe vita al definitivo 
trasferimento.
Altri Autori37 fanno rientrare, invece, questa fattispecie in quella delle obbligazioni 
con facoltà alternativa, in quanto il titolare del fondo servente per liberarsi dalle spese 
potrebbe alternativamente eseguire il pagamento o rinunziare al proprio diritto.
In ordine alla modalità di acquisto in capo al proprietario del fondo dominante, alcu-
ni ritengono necessario un atto di accettazione, il cui effetto retroagirebbe al momento 
dell’abbandono38. Da quel momento, infatti, si creerebbe uno stato di pendenza, come 
quello dell’eredità prima dell’accettazione: ove il proprietario del fondo dominante non 
accettasse l’offerta, la proprietà passerebbe allo Stato.
Secondo altra parte della dottrina39, invece, l’abbandono del fondo servente è inqua-
drabile tra i negozi che producono ipso iure effetti (favorevoli) sul patrimonio altrui. Ade-
rendo a tale tesi, il destinatario potrà evitare gli effetti automatici dell’abbandono, trami-
te il rifiuto dell’acquisto, in seguito al quale il diritto verrà trasferito allo Stato. 
Quest’ ultima ricostruzione sembra essere più adatta alla fattispecie in oggetto; in-
fatti, generandosi solo un vantaggio per il titolare del fondo dominante e non anche un 
pregiudizio, è preferibile creare una continuità nella titolarità del diritto, evitando situa-
zioni di incertezza, come quelle che si creerebbero medio tempore nello stato di pendenza 
della titolarità fino all’accettazione o al rifiuto dell’acquisto (ove questo non venisse con-
siderato automatico). 
In conclusione, ove si aderisse alla prima tesi ‘ non condivisibile ‘ si potrebbe veri-
ficare una situazione di incertezza, consistente nella sospensione della titolarità, poten-
zialmente perdurante anche dieci anni (ordinario termine di prescrizione per l’estinzione 
del diritto di accettare).
In merito agli effetti ulteriori derivanti dall’abbandono, v’è da distinguere il caso 
in cui il proprietario del fondo dominante acquisti la titolarità del fondo servente 
abbandonato, dall’ipotesi in cui egli rifiuti tale l’acquisto, che conseguentemente si 
trasferirà allo Stato. Nel primo caso la servitù si estinguerà per confusione (art. 1072 
c.c.); nel secondo caso la servitù perdurerà ‘ in considerazione del principio di ine-
renza al fondo ‘ e si estinguerà il solo obbligo delle spese, non potendosi questo tra-
sferire allo Stato.
Più controversa è l’ammissibilità della rinunzia al diritto di superficie, soprattutto 
con riferimento alla fase successiva al completamento della costruzione. 
Il diritto di superficie, disciplinato dall’art. 952 c.c., prevede che il proprietario di un 
suolo può costituire il diritto di fare e mantenere al di sopra di esso una costruzione a 
favore di altri, che ne acquista la proprietà, riconoscendo anche la possibilità di alienare, 
separatamente dalla proprietà del suolo, la costruzione già esistente. 
Nessun dubbio sorge certamente per la rinunzia al diritto di superficie vero e proprio 
(prima della costruzione dell’edificio), in quanto rientrante nei diritti disponibili e, per-
tanto, rinunziabili. 
Di converso, in ordine alla rinunzia alla proprietà superficiaria, la dottrina si è divisa 
sulla sua ammissibilità. 
Secondo un orientamento40 non è possibile porre nel nulla gli effetti prodotti dal 
diritto di superficie, facendo venir meno, con la rinunzia, la proprietà superficiaria. Ove 
così fosse, si ammetterebbe la possibilità di un trasferimento della costruzione al pro-
prietario del suolo senza il perfezionamento di alcun atto di tipo traslativo. Di contro, si 
può pensare che a seguito della costruzione si creerebbe un effetto estintivo del diritto di 
superficie e la nascita di un autonomo diritto di proprietà ormai distinto da quest’ultimo 
e, pertanto, rinunziabile come qualsiasi altro diritto di proprietà.
A parer di chi scrive è da ritenersi preferibile la tesi di quella dottrina41 che, non di-
stinguendo la proprietà superficiaria dalla proprietà separata, ammette in entrambe le 
ipotesi la rinunzia, la cui posizione è identica sia che si tratti di costruzione già presente, 
sia che si tratti di costruzione eseguita successivamente. Pertanto, in caso di rinunzia 
l’effetto riflesso che si crea è quello del ripristino dell’accessione e dell’acquisto della 
costruzione da parte del proprietario del suolo; tale acquisto, non essendo direttamente 
traslativo, è da considerarsi a titolo originario.
Un’ultima ipotesi di rinunzia da analizzare è quella avente ad oggetto il diritto di enfiteusi
. La peculiarità di questa figura giuridica, rappresentata dalla stretta correlazione 
tra il diritto reale di godimento e gli obblighi di migliorare il fondo e pagare il canone, 
ha suscitato forti dubbi sulla rinunziabilità del diritto.
La dottrina possibilista42 pone a sostegno della sua tesi ancora una volta le norme 
sulla forma e sulla trascrizione, nonché l’art. 965 c.c., che stabilisce che «l’enfiteuta può 
disporre del proprio diritto, sia per atto tra vivi, sia per atto di ultima volontà»; e, quindi, 
può dirsi rientrante in tale autonomia dispositiva anche la rinunzia al diritto. Inoltre, 
secondo questa tesi, non costituirebbe ostacolo all’autonomia dell’enfiteuta neanche la 
presenza dell’obbligo di miglioramento del fondo e pagamento del canone, che con la 
rinunzia si estinguerà in maniera automatica, rappresentando obligatio propter rem.
L’orientamento opposto43, invece, ritiene che la presenza del rapporto obbligatorio 
costituisce un limite alla rinunziabilità del diritto di enfiteusi, il che sarebbe confermato 
dal dettato normativo dell’art. 963 c.c., che rappresenterebbe un’unica eccezione all’irri-
nunciabilità. La norma in questione, invero, ammette la rinunzia dell’enfiteuta solo per il 
caso di perimento del fondo e purché questo sia tale da rendere il canone sproporzionato. 
Pertanto, nel caso in cui l’enfiteuta non abbia interesse a chiedere una riduzione del ca-
none e preferisca rinunziare al diritto, restituirà il fondo al concedente, salvo il diritto al 
rimborso dei miglioramenti.
Alla luce dell’intervento preciso del legislatore, è stato ritenuto che, fuori dall’ipotesi 
tipizzata, il diritto di enfiteusi sia irrinunciabile. Tale tesi è da condividere, in adesione al 
principio secondo il quale i rapporti obbligatori non possono essere oggetto di rinunzia 
unilaterale, senza una specifica previsione legislativa.
Si ritiene, però, che nulla vieta alle parti di inserire all’interno del contratto una 
clausola che ammetta la rinunzia anche in ipotesi diverse da quelle del perimento del 
bene, in quanto patto lecito rientrante nell’autonomia contrattuale; in questo modo si 
rispetterebbe anche il principio che richiede, per l’estinzione del rapporto obbligatorio, 
il consenso di entrambi i contraenti, considerato che la clausola sarebbe fonte di un ac-
cordo bilaterale.


8- QUESTIONI FORMALI, TRASCRIZIONE E PROFILI FISCALI DEGLI ATTI DI RINUNZIA


Relativamente agli aspetti formali dell’atto di rinunzia va ribadita la necessarietà della
forma scritta, in applicazione dell’art. 1350 c.c., che menziona tra gli atti da farsi per 
iscritto, a pena di nullità, gli atti di rinunzia aventi ad oggetto la proprietà di beni immo-
bili e gli altri diritti reali. 
In ordine alla partecipazione all’atto, è pacifico ‘ trattandosi di negozio unilaterale ‘ 
che unica parte sia il rinunziante, non essendo necessaria alcuna accettazione di colui o 
coloro che solo di riflesso beneficeranno di tale rinunzia. Questi, eventualmente, potran-
no partecipare al negozio, con il limitato scopo di prenderne atto, anche al fine di evitare 
il sorgere di future situazioni di incertezza, evitando così la necessità di un’eventuale 
sentenza accertativa dell’avvenuto accrescimento.
Da un punto di vista strettamente redazionale ‘ non inquadrandosi la rinunzia abdi-
cativa tra gli atti donativi ‘ non è necessario l’utilizzo di alcuna formula sacramentale, 
come ad es. l’intervento dei testimoni. 
È stato, inoltre, precisato da parte della dottrina, che la rinunzia, nella generalità dei 
casi, non rientra neanche tra le ipotesi di donazione indiretta, essendo assente sia l’animus
donandi, sia un rapporto di causalità diretta tra rinunzia e arricchimento44. Di contro, 
la rinunzia potrebbe configurare una liberalità indiretta, solo ove la dismissione fosse 
ispirata dall’animus donandi nei confronti del beneficiario (come per il caso di rinunzia 
all’usufrutto fatta con la volontà di donare il diritto al nudo proprietario45). 
Con riferimento alla trascrizione, si ribadisce quanto già detto sulla trascrivibilità ai
sensi dell’art. 2643 n. 5 c.c., anche se tale disciplina non è in linea con gli effetti sostan-
ziali del negozio abdicativo. Infatti, la trascrizione è collegata agli effetti traslativi deri-
vanti da un acquisto a titolo derivativo, ben lontani dall’effetto abdicativo e dall’acquisto 
a titolo originario che derivano dall’atto rinunziativo. 
Tuttavia, si ritiene che la rinunzia, pur non costituendo acquisto a titolo derivativo 
e nonostante in essa non venga indicato un oblato (individuato, invece, solo dalla legge 
nella figura dello Stato o del comproprietario) abbia delle affinità con gli atti di tipo at-
tributivo46.
Accertata la necessità della trascrizione, va precisato che, in ordine alle modalità di 
effettuazione della stessa, recentemente il Consiglio Nazionale del Notariato47 ha aderito 
alla tesi secondo la quale la trascrizione va effettuata solo contro il rinunziante48,
coerentemente con la natura del negozio abdicativo, ma soprattutto con la natura
a titolo originario dell’acquisto in capo al beneficiario.
Alla luce di quanto detto in merito al prodursi degli effetti della rinunzia limitati
alla sola sfera del rinunziante, sarebbe incoerente prevedere la trascrizione
anche a favore dello Stato (o dei comproprietari). Tale tesi va sostenuta a fortiori
ove si consideri l’acquisto da parte dei beneficiari a titolo originario.
In passato la dottrina49 ha, invece, sostenuto che l’atto di rinunzia abdicativa vada 
trascritto sia contro il rinunziante sia a favore dei beneficiari, in evidente contrasto con 
la natura meramente dismissiva della rinunzia.
Una volta aderito al recente orientamento, che ritiene che la trascrizione è da effet-
tuarsi solo contro il rinunziante, è chiaro che l’effetto previsto dall’art. 2644 c.c. (risolve-
re gli eventuali conflitti tra più aventi causa) non può prodursi con la trascrizione della 
rinunzia, considerata acquisto a titolo originario.
Diverso è il caso dell’abbandono del fondo servente; infatti, trattandosi di acquisto 
(per il titolare del fondo dominante) a titolo derivativo, la trascrizione va effettuata sia 
contro il rinunziante sia a favore del destinatario della rinunzia. Nell’ipotesi in cui il 
titolare del fondo dominante rifiutasse o (in base alla teoria sostenuta) non accettasse 
l’acquisto, si verificherebbe il «trasferimento» in capo allo Stato a titolo originario, do-
vendosi, in quest’ultimo caso, rispettare le normali regole della trascrizione degli atti 
dismissivi, da effettuarsi solo contro il rinunziante.
La stessa regola si ritiene che si debba applicare per l’ipotesi di rinunzia liberatoria,
stante il profilo di obbligatorietà: la trascrizione andrebbe fatta sia contro il
rinunziante, sia a favore dei beneficiari della rinunzia.
In ordine poi all’indicazione del regime patrimoniale, si ritiene che, ai soli fini tu-
zioristici, questo vada inserito in atto, pur non costituendo un obbligo, come emerge 
dalla Circolare del 02/05/1995 n. 128 del Ministero delle Finanze, che ha stabilito che 
restano escluse dall’obbligo della indicazione del regime patrimoniale delle parti le note 
relative ad atti che, a qualunque titolo, non producono effetti traslativi (tra i quali rientra 
certamente la rinunzia).
In ordine all’aspetto meramente pratico, può risultare utile precisare che, non essen-
do possibile tramite il sistema meccanizzato di trascrizione selezionare il diritto di pro-
prietà come oggetto dell’atto di rinunzia, sarà necessario al momento della trascrizione 
fare ricorso al codice generico (100)50. 
Con riferimento all’interrogativo riguardante l’inquadrabilità o meno della rinunzia 
abdicativa tra quegli atti per i quali è richiesto, a pena di nullità, il rispetto dell’obbligo 
della disciplina in tema di regolarità urbanistica dei fabbricati, nonché in tema di cir-
colazione dei terreni, prevista dal D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, si ritiene che debba 
darsi risposta affermativa. Infatti, la normativa in questione fa riferimento a tutti gli atti 
pubblici o scritture private autenticate aventi ad oggetto trasferimento, costituzione o 
scioglimento della comunione di diritti reali, con esclusione degli atti costitutivi, modifi-
cativi o estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù. Da ciò può desumersi che il legi-
slatore abbia voluto escludere solo quest’ultimi; a contrario, tutti i restanti atti estintivi di 
ogni altro diritto reale devono ritenersi sottoposti alla disciplina in questione51. 
Relativamente alla normativa in materia di conformità catastale, dettata dal d.l.
31 maggio 2010 n. 78, che richiede l’inserimento nell’atto pubblico (e nelle scritture 
private autenticate) a pena di nullità dell’identificazione catastale, del riferimento alle 
planimetrie depositate in catasto e della dichiarazione di conformità di essi allo stato 
di fatto, si ritiene che essa non vada applicata agli atti di rinunzia abdicativa. La 
norma in questione trova applicazione per gli atti traslativi, divisionali o costitutivi di 
ogni diritto reale (esclusi i diritti reali di garanzia), ma non fa alcun riferimento agli atti 
rinunziativi di tali diritti, che debbono considerarsi esclusi dall’ambito applicativo della 
norma52. Tuttavia, nonostante la mancanza di un obbligo, si ritiene che per mero tuzio-
rismo tali indicazioni sia meglio inserirle anche negli atti di rinunzia. 
È evidente che in tutte le particolari ipotesi nella quali accanto alla volontà dismissiva 
si inseriscono ulteriori patti, come la previsione di un corrispettivo o l’effetto immediato 
del trasferimento ‘ tali da non far rientrare più la fattispecie nell’ambito della rinunzia 
pura e semplice, ma all’interno di un vero e proprio atto traslativo ‘ vadano rispettate 
tutte le norme previste in materia di urbanistica ed edilizia, a pena di nullità.
Infine, dal punto di vista fiscale, il trattamento previsto per la rinunzia traslativa
a titolo gratuito è applicabile anche alla rinunzia pura e semplice, anche se carat-
terizzata dal solo intento dismissivo; infatti, nonostante manchi la volontà di arricchire 
un altro soggetto ‘ stante l’assenza di una controprestazione economicamente rilevante 
‘ l’Agenzia delle Entrate equipara le due fattispecie53. Ove, invece, la rinunzia sia inqua-
drata in uno schema più ampio, nel quale è previsto un corrispettivo, non rientrando più 
la fattispecie né all’interno della rinunzia abdicativa, né tra gli atti a titolo gratuito, essa 
sarà soggetta al regime fiscale previsto per i trasferimenti a titolo oneroso.

 

 

 NOTE

1 Questo scritto nasce dall’esperienza maturata presso lo studio del Notaio Carmela Portale di Catania, 
dove è nato l’interesse all’analisi dell’argomento in questione e grazie alla quale ho avuto l’opportunità di 
approfondire con cura gli aspetti redazionali.

2 F. SANTORO PASSARELLI, Dottrine generali di diritto civile, Napoli, 2002, 218, per il quale la rinunzia «non 
ha in nessun caso altra conseguenza che l’estinzione del rapporto, per uscita dal medesimo del soggetto 
attivo»; F. MACIOCE, Rinuncia, in Enc. giur. It., Milano, 1989, 923 ss.
3 G. GIAMPICCOLO, La dichiarazione recettizia, Milano, 1959, 86, il quale afferma che «l’effetto proprio di 
quest’atto consiste nell’estinzione di un diritto del rinunciante; e questo effetto si consuma ed esaurisce nella 
sfera stessa del dichiarante. Il diritto non si perde dal soggetto per trasferirsi ad altri, ma si perde perché 
si estingue in lui». 
4 L. BOZZI, La negoziabilità degli atti di rinuncia, Milano, 2008, 49 ss., per la quale la rinunzia costituirebbe 
un atto giuridico in senso stretto in forza del suo carattere «debole», a differenza dell’autonomia «forte» di 
cui è connotata l’autonomia dei negozi giuridici.
5 A favore della tesi del negozio astratto si veda: S. PUGLIATTI ‘ A. FALZEA, I fatti giuridici, Milano, 1996, 
41. Contra, F. MACIOCE, Rinuncia, cit. 930.
6 «Non potendosi ricondurre né alla categoria dell’onerosità né a quella della gratuità, stante il suo mero 
effetto abdicativo» Cfr. CNN Studio n. 216-2014/C, La rinunzia alla proprietà e ai diritti reali di godimento, di
M. Bellinvia, passim.; F. SANTORO PASSARELLI, Dottrine, cit. 224; F. MACIOCE, Rinuncia, cit. 929.

7 G. BRANCA, Comunione. Condominio negli edifici, in Commentario al codice civile a cura di A.Scialoja-G.
Branca, Bologna-Roma, 1982, 159.
8 In adesione alla tesi dell’effetto automatico, Cass.Civ., 23 agosto 1978, n. 3931, in Mass. Giust. civ., 
1978, 1642 ss., la quale ha individuato nell’esercizio della facoltà di rinunzia di cui all’art. 1104 c.c. «una 
funzione satisfattiva-liberatoria».
9 A. FEDELE, La comunione, in Trattato di diritto civile, G.GROSSO-F.SANTORO PASSARELLI, Milano, 1967, 
328.

10 In adesione, G. GIAMPICCOLO, La dichiarazione recettizia, cit. 86; F. MACIOCE, Rinuncia, cit. 939.
11 CNN Studio n. 216-2014/C, La rinunzia, cit.; F. MACIOCE, Rinuncia, cit. 936 ss.; G. GIAMPICCOLO, La
dichiarazione, cit., 86 ss; E. BETTI, Teoria generale del negozio giuridico, in Trattato di diritto civile italiano, F. 
VASSALLI, XV, t. 2, Torino, 1960, 301; L. CARIOTA FERRARA, Il negozio giuridico nel diritto privato italiano, 
Napoli, 1962, 145; R. CICALA, L’adempimento indiretto del debito altrui, Napoli, 1968, 188; C. NOBILI, Le obbligazioni
, Milano, 2008, 172. 
12 Cass.Civ. 20 aprile 1965, n. 761, in Rep. Giust. civ., 1958, Servitù, n. 72; Cass. Civ. 18 agosto 1956, n. 
3129, in Foro it., 1957, I, 410. 
13 E. MANCINI, Note in tema di rinuncia alla proprietà, in Vita not., 2013, fasc. 2, 947.

14 F. ATZERI, Delle rinunzie secondo il codice civile italiano, Torino, 1910, 105, per il quale «è vero che capita 
di raro, che il proprietario rinunzi alla proprietà di uno stabile e con ciò si spiega la mancanza nel nostro 
Codice civile di un’espressa disposizione, che regoli questo modo di dismissione della proprietà immobiliare. 
Ciò non toglie, che il bisogno di dismettere la proprietà di un immobile al pari della quota di comproprietà, 
non solo come inutile, ma altresì come pregiudizievole al proprietario, si presenti nella pratica più frequente 
di quel che non si creda. [‘] I proprietari spesso, per sottrarsi all’obbligo dell’imposta, ricorrono all’e-
spediente di vendere ad un nullatenente queste proprietà per un prezzo irrisorio; noi però crediamo che, 
senza ricorrere a quest’espediente di accollare l’obbligazione su d’una persona, che di fatto non trovasi in 
condizione di poterla adempiere, ciò che non sempre riesce facile, sia egualmente possibile, secondo il nostro 
ordinamento giuridico, di raggiungere lo stesso scopo per mezzo di una rinunzia». 
15 M.E. LA TORRE, Abbandono e rinunzia liberatoria, Milano, 1993, 55; M. FRAGALI, La comunione, Tomo 
III, in Trattato di diritto civile e commerciale, CICU-MESSINEO-MENGONI, Milano, 1989, 456.
16 E. MANCINI, Note in tema di rinuncia, cit. 958.
17 G. BRANCA, Comunione, cit. 165; M.E. LA TORRE, Abbandono cit. 150.
18 E. MANCINI, Note in tema di rinuncia, cit. 955.
19 L. BOZZI, La negoziabilità, cit. 1141 ss., la quale afferma che «un diritto soggettivo è rinunziabile 
quando dal sistema normativo risulta l’indifferenza che esso permanga o meno nella sfera del titolare. È al 
contrario irrinunciabile quando per la concreta realizzazione che ne sta alla base sono necessarie l’aderenza 
e la permanenza di esso nella sfera del titolare».

20 In adesione Cass. Civ., 23 agosto 1978, n. 3931 in Mass. Giust. civ., 1978, 1642: «la rinunzia abdica-
tiva del partecipante a una comunione, in quanto determina l’accrescimento della quota rinunciata a favore 
degli altri compartecipanti, ha una funzione satisfattiva-liberatoria: ne consegue che il rinunziante, con la 
dismissione del proprio diritto si libera delle obbligazioni a quel diritto collegate e queste vanno a carico dei 
rimanenti partecipanti».

21 CNN Studio n. 216-2014/C, La rinunzia, cit.; sul punto anche Cass. Civ., 9 novembre 2009, n. 23691, 
in (La) Nuova giur. civ. comm., 2010, fasc. I, 579 ss., la quale, per un caso di due conviventi more uxorio, 
titolari in comunione ordinaria dei beni di un immobile, ha sostenuto, che a seguito della rinunzia di uno dei 
due della quota a lui spettante, il diritto si accrescesse ipso iure nei confronti dell’altro, in forza del principio 
di elasticità della domanda.
22 In adesione, E. MANCINI, Note in tema di rinuncia, cit. 954 ss.
23 M.C. DIENER, Il contratto in generale, Milano, 2011, nota 53, 730 la quale afferma che «si suole, infatti, 
distinguere tra rifiuto impeditivo, rifiuto eliminativo e rinunzia. Con la prima figura si impedisce che un 
diritto entri nel proprio patrimonio (si pensi, ad esempio, al rifiuto di una proposta contrattuale); con la se-
conda figura si elimina un diritto dal proprio patrimonio, con efficacia ex tunc, in modo che colui che rifiuta 
risulta non essere mai stato titolare del diritto rifiutato (si pensi alla rinunzia ‘ rectius, rifiuto, per la teoria 
in esame ‘ al legato); con la rinunzia, infine, si dismette un diritto già acquisito al proprio patrimonio(come 
con il rifiuto eliminativo), ma con efficacia ex nunc, ossia solo per il futuro, in modo che il rinunziante risulta 
essere stato titolare del diritto dismesso fino al giorno della rinunzia (si pensi ala rinunzia ad un diritto reale 
o ad un diritto di credito ‘ rectius, remissione del debito ‘)».

24 G. BENEDETTI, Struttura della remissione. Spunti per una dottrina del negozio unilaterale, in Riv. trim., 1962, 
fasc. 3, 1309, secondo il quale il rifiuto è «uno strumento a difesa dell’integrità della propria sfera giuridica 
contro gli effetti diretti che, sebbene vantaggiosi, possono essere prodotti da un atto di disposizione di altro 
soggetto, cui è rimasta estranea la persona che appunto deve risentirne gli effetti: così, nel contratto a favore 
di terzi, se il terzo non intende profittare deve rifiutare».
25 C. COPPOLA, La rinunzia ai diritti futuri, Milano, 2005, 142, secondo la quale «deve escludersi che il 
concetto di rifiuto possa costituire il rimedio, concesso al beneficiario delle conseguenze favorevoli derivanti 
da una rinunzia, finalizzato a respingere le conseguenze medesime. Ci si riferisce agli effetti discendenti, in 
via meramente indiretta ed eventuale, dalla dismissione di un diritto, i quali possono consistere nell’accre-
scimento a terzi della situazione giuridica rinunziata o nella liberazione da un’obbligazione altrui».

26 In adesione, E. MANCINI, Note in tema di rinuncia, cit., 960.
27 Cass. Civ., 10 gennaio 2013, n. 482, in Rep. foro it., 2013, 1, così massimata: «La rinuncia all’usufrut-
to, quale negozio unilaterale meramente abdicativo, ha come causa la dismissione del diritto e, poiché il 
consolidamento con la nuda proprietà ne costituisce effetto ‘ex lege’, non può essere considerata come una 
donazione, né necessita della forma prescritta dall’art. 782 cod. civ».
28 L. BIGLIAZZI GERI ‘ U. BRECCIA ‘ F.D. BUSNELLI ‘ U. NATOLI, Diritto Civile. 2. Diritti Reali, Torino, 1988, 
223, per i quali se la rinunzia all’usufrutto non fosse comunicata al nudo proprietario, questi ‘ ignaro ‘ non 
rientrerebbe nel possesso materiale del bene e non potrebbe evitarne l’eventuale deterioramento o il conse-
guente danno cagionato a terzi.
29 Cass. Civ., 26 febbraio 1966, n. 589, in Giust. civ., 1966, 330; Cass. Civ., 17 dicembre 1957, n. 4719, in 
Riv. dir. agr., 1958, 79 ss.; Cass. Civ., 14 ottobre 1958, n. 3253, in Rep. giust. civ., 1958, Servitù, n. 93.
30 B. BIONDI, Le servitù, in Trattato di diritto civile e commerciale, XII, CICU-MESSINEO, MILANO, 1967, 
515, secondo il quale si ha un «preciso parallelismo tra costituzione ed estinzione: come una servitù si costi-
tuisce per atto bilaterale in confronto dell’attuale proprietario, così si estingue in confronto del proprietario 
attuale. Si tratta sempre dello stesso potere di disposizione». 
31 G. GROSSO, Rinuncia implicita alla servitù e caratteri dell’atto di rinuncia, in Foro pad., 1957, 17 ss.; R. 
TRIOLA, Le servitù, in ‘Commentario al codice civile’, Artt. 1027-1099, a cura di P. Schlesinger, Milano, 
2008, 537. 
32 Cass. Civ., 20 dicembre 1989, n. 5759, in Rep. foro it., 1989, Servitù, n. 27; Cass. Civ., 29 aprile 1965, 
n. 761, in Rep. giust. civ., 1958, Servitù, n. 72; Cass. Civ., 18 agosto 1956, n. 3129, in Foro pad., 1957, 18 ss.. 

33 E. FAVARA, Abbandono di fondo, in Noviss. dig. it., fasc. I, Torino, 12; F. MESSINEO, Note sulla rinunzia al
fondo servente a scopo liberatorio, in ‘Scritti giuridici in onore di Antonio Scialoja’, III, Bologna, 1953, 300; 
Cass. Civ., 22 giugno 1963, n. 1681, in Riv. not., 1963, 923, così massimata: «L’abbandono del fondo servente, 
ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1070 c.c., opera indipendentemente dalla volontà del proprietario del 
fondo dominante; ma se l’abbandono sia condizionato in modo da risolversi in una arbitraria limitazione o 
modificazione della servitù, esso non è operativo unilateralmente». 
34 B. BIONDI, Le servitù, in Trattato di diritto civile e commerciale, XII, CICU-MESSINEO, MILANO, 1967, 
478 SS.; E. FAVARA, Abbandono cit. 9. 
35 Cfr. CNN Studio n. 216-2014/C, La rinunzia, cit. 43.
36 E. FAVARA, Abbandono, cit. 9.
37 M.E. LA TORRE, Abbandono, cit., 74 ss; L. BOZZI, La negoziabilità, cit. 60 ss.
38 F. MESSINEO, Note sulla rinunzia al fondo servente a scopo liberatori, cit. 308; E. FAVARA, Abbandono di
fondo, cit. 13.
39 M.E. LA TORRE, Abbandono, cit. 114 ss.; L. BOZZI, La negoziabilità degli atti di rinuncia, cit. 63.

40 L. SALIS, La superficie, in Tratt.dir.civ.it. VASSALLI, Torino, 1958, 135.
41 G. PUGLIESE, Superficie, in ‘Commentario cod. civ. ‘, a cura di Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1976, 
557 ss.; C. M. BIANCA, Diritto civile, VI, La proprietà, Milano, 1999, 545 SS.

42 C. M. BIANCA, Diritto civile, cit. 581.; F. GAZZONI, Manuale di diritto privato, Napoli, 1988, 244. 
43 L. CARIOTA FERRARA, L’enfiteusi, in Tratt. di dir. civ. it., VASSALLI, Torino, 1951, 405 ss. 

44 R. TORDIGLIONE, Rinunzia all’usufrutto e donazione indiretta, nota a Cass. Civ. 30 dicembre 1997, n. 13117, 
in Notariato, 1998, fasc. 5, 421, secondo il quale «perché una rinunzia unilaterale possa considerarsi una do-
nazione indiretta è necessario quanto segue: a) il rinunziante deve subire un impoverimento patrimoniale con 
correlativo arricchimento [...] per il terzo beneficiario (cd. elemento oggettivo); b) nel rinunziante deve essere 
riscontrabile uno spirito di liberalità inteso come interesse non patrimoniale all’arricchimento del donatario 
(cd. elemento soggettivo). L’animus donandi deve ritenersi escluso qualora il disponente miri ad ottenere a 
mezzo dell’atto un vantaggio patrimoniale immediato e diretto; c) deve esistere un nesso di causalità diretta 
fra la rinunzia e l’arricchimento, nel senso che quest’ultimo deve essere l’effetto di una nomale ed automatica 
conseguenza giuridica originata dalla rinunzia; d) il terzo avvantaggiato, infine, deve essere individuabile a
priori e con certezza, altrimenti si ammetterebbe una sorta di liberalità in incertam personam». 
45 Cass. Civ., 3 marzo 1967, n. 507, in Giust. civ., 1976, fasc. I, 1074; Cass. Civ., 30 dicembre 1997, n. 
13117, cit. 407, così massimata: «La rinuncia all’usufrutto, se ispirata da animus donandi, è suscettibile di 
integrare una donazione indiretta a favore del nudo proprietario dei beni gravati dal diritto reale parziario 
rinunciato, perché, comportando un’estinzione anticipata di tale diritto, si risolve nel conseguimento da par-
te di detto dominus dei vantaggi patrimoniali inerenti all’acquisizione del godimento immediato del bene, 
che gli sarebbe sottratto se l’usufrutto fosse durato fino alla sua naturale scadenza: il controvalore di tali 
vantaggi è, pertanto, senz’altro passibile di convogliamento nella massa ereditaria di cui all’art. 556 c.c.». 
46 F. GAZZONI, La trascrizione immobiliare, in ‘Commentario al codice civile’, a cura di P. Schlesinger, Vol. 
I, Milano, 1991, 231 ss.
47 CNN Studio n. 216-2014/C, La rinunzia, cit.
48 S. PUGLIATTI, La trascrizione, in Trattato di diritto civile e commerciale, CICU-MESSINEO-MENGONI, 
Milano, 1989, 424 ss.
49 F. GAZZONI, La trascrizione, cit. 234; L. FERRI ‘ P. ZANELLI, Della trascrizione. Art. 2643-2696, in ‘Com-
mentario cod. civ. ‘, a cura di Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1995, 153; G. SICCHIERO, Rinuncia, in Dig. disc. 
priv., Sez. civ., Torino, 1998, fasc. 18, 66.

50 CNN Studio n. 216-2014/C, La rinunzia, cit., nota 47.
51 Cfr. F. REGINE, Il rifiuto del legato immobiliare, in Notariato, 2014, fasc. 3, 241 ss.

52 Cfr. G. RIZZI, La normativa in materia di conformità dei dati catastali – D.L. 78/2010, in Le guide su 
Portale Notarile Notaio.org.
53 Cfr. Agenzia delle Entrate-Direzione centrale Normativa e Contenzioso, Risoluzione 16 febbraio 2007 
n. 25/E; Agenzia delle Entrate-Settore Fiscalità Generale ed Indiretta, Circolare 27 marzo 2008 n. 28/E, in 
cui si afferma che «Rientrano, ad esempio, nella categoria a titolo gratuito gli atti costitutivi di diritti reali 
immobiliari di godimento, compresa la rinuncia pura e semplice agli stessi, qualora la causa di tali atti non 
sia costituita da una controprestazione economicamente rilevante».